Il Tom Cruise di TikTok che ha ingannato tutti
Stai scorrendo TikTok quando spunta Tom Cruise. Gioca a golf, esegue un trucco di magia, scherza come se ti stesse facendo entrare nella sua vita di tutti i giorni. Ha l’aspetto di Tom Cruise, la voce di Tom Cruise, e ride persino come lui. Per un fan è come avere un pass per il backstage. Solo che non è Tom Cruise.
Nel 2021 l’account @deeptomcruise è diventato virale con una serie di video estremamente realistici. Dietro lo schermo c’erano l’artista belga di effetti visivi Chris Umé e Miles Fisher, un attore che imita Cruise. Fisher recitava le scene, Umé sostituiva digitalmente il suo volto con quello di Cruise, e il pubblico ha cominciato a chiedersi se il vero attore fosse sbarcato su TikTok.
All’epoca, un risultato del genere richiedeva grande abilità e molto lavoro. Oggi gli strumenti di IA permettono di generare o modificare volti, voci e video con competenze molto più modeste. Il che ci porta a una domanda più ampia: che cosa succede quando non possiamo fidarci di tutto ciò che vediamo e sentiamo?
Ma che cos’è, esattamente, un deepfake?
Un deepfake è un contenuto creato o manipolato con l’IA per far sembrare che qualcuno dica o faccia qualcosa che non ha mai detto né fatto. Non deve per forza essere costruito da zero: l’IA può modificare anche un solo elemento di qualcosa che esiste già.
- Il volto di una persona applicato al corpo di un’altra;
- Una voce clonata che pronuncia parole nuove;
- Un video: parole, espressioni o movimenti generati o alterati.
Attenzione, però: non tutte le immagini o i video generati con l’IA sono deepfake. Il termine si usa soprattutto quando l’IA imita una persona reale in un modo che può trarre in inganno chi guarda o ascolta su ciò che quella persona ha effettivamente detto o fatto.
Come per molti sistemi di IA, sono i dati il carburante che rende possibile un deepfake convincente. Più immagini e registrazioni l’IA ha a disposizione per imparare, con angolazioni, condizioni di luce ed espressioni diverse, più riesce a riprodurre con precisione il volto e i movimenti di una persona. Per questo celebrità, politici e altri personaggi pubblici sono particolarmente facili da imitare: di loro circolano innumerevoli foto e video accessibili a tutti. E man mano che gli strumenti diventano più semplici da usare, diventa più semplice anche creare falsi convincenti.
Dalla clip divertente alle fake news e al vishing
Ma è qui che le cose si fanno scomode. La tecnologia alla base di un video divertente con una celebrità può, con altrettanta facilità, far annunciare a un politico una decisione mai presa o mostrare qualcuno a un evento mai avvenuto. Una volta condiviso, un contenuto del genere può raggiungere migliaia di persone prima che qualcuno lo verifichi.
E la ripetizione peggiora le cose. Uno studio del 2024 condotto in otto Paesi ha analizzato i deepfake virali e l’effetto di verità illusoria: più vediamo qualcosa, più ci sembra familiare, e ciò che è familiare comincia a sembrare vero, anche quando non lo è. A un deepfake non serve ingannarti la prima volta: gli basta continuare a comparire nel tuo feed.
E a volte nel tuo feed non compare affatto. A volte ti telefona.
Squilla il telefono. È tuo figlio, spaventato: dice che c’è stato un incidente e che ha urgente bisogno di soldi. La voce è esattamente la sua. Solo che non è lui.
Con la clonazione vocale, l’IA può riprodurre la voce di una persona a partire da alcune registrazioni, permettendo ai truffatori di spacciarsi per persone di cui ci fidiamo (il cosiddetto vishing). Non bisogna essere “negati per la tecnologia” per cascarci. Quando qualcuno così vicino a noi sembra spaventato, il nostro istinto è credergli e aiutarlo, prima ancora di avere il tempo di chiederci che cosa stia succedendo.
Non è una minaccia lontana o futuristica. Sta già succedendo, e nessuno di noi ne è immune.
Il problema più profondo: dubitare di tutto
Ma se tutto può essere falso, che fine fanno i contenuti autentici?
Immagina una registrazione autentica in cui un personaggio pubblico dice qualcosa di controverso. Basta un’alzata di spalle: “Non ero io. Era l’IA.” È il cosiddetto dividendo del bugiardo (liar’s dividend): quando esistono falsi convincenti, chiunque può sfruttare il dubbio per liquidare prove autentiche.
Così i deepfake non rendono soltanto più difficile riconoscere ciò che è falso: possono rendere più difficile credere a ciò che è vero…
E allora, come possiamo proteggerci?
La buona notizia è che non serve diventare detective dei deepfake. Mani strane, movimenti innaturali e voci robotiche saranno indizi sempre meno affidabili man mano che la tecnologia migliora. Ciò che resta è l’abitudine alla verifica.
Quando qualcosa ci sorprende, ci fa arrabbiare, ci spaventa o ci entusiasma, vale la pena fermarsi un attimo prima di reagire o di condividerlo. Da dove viene questa informazione? Chi l’ha pubblicata? Esiste una fonte originale? Anche verificare se un’altra fonte affidabile la conferma può fare la differenza. Lo stesso vale per i messaggi e le chiamate di persone che conosciamo: se qualcuno ci chiede all’improvviso denaro o informazioni riservate, soprattutto con urgenza, meglio fare un passo indietro e contattarlo attraverso un altro canale prima di agire.
Anche per questo l’educazione conta. La scuola non può limitarsi a insegnare i trucchi di oggi, perché i trucchi cambiano continuamente. Ciò che resta è imparare a interrogare le fonti, verificare le prove, confrontare le informazioni e riconoscere la manipolazione emotiva. Una buona domanda su cui esercitarsi è: “Che cosa mi spinge a crederci, e come potrei verificarlo?”
Vedere non basta più
Per molto tempo, vedere o sentire qualcosa in prima persona è stata la nostra prova più forte. L’IA sta scuotendo questa certezza. Non significa che dobbiamo diffidare di tutto. Significa che la fiducia non può più poggiare su un’unica prova. Dobbiamo guardare da dove viene un’informazione, in quale contesto compare e se può essere confermata.
L’alfabetizzazione digitale non è più soltanto saper usare la tecnologia. È capire come la tecnologia plasma ciò che vediamo, ciò in cui crediamo e ciò che decidiamo.
Così, la prossima volta che qualcosa sembra troppo reale, troppo scioccante o troppo perfetto, poniti la domanda che conta di più: “Come faccio a saperlo?”
Riferimenti bibliografici
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